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Lev & Davide Carrozza - "La rapsodia del commercio bianco" - 2006

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Category : Music » Alternative
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Tags : amp; Davide Carrozza quot;La rapsodia commercio biancoquot; 2006




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Torrent description

Lev e Davide Carrozza presentano

"La rapsodia del commercio bianco"



Collabzione "a distanza" tra i Lev, gruppo indie-combat-rock napoletano, e Davide Carrozza



1. Ouverture (1:59)

2. Bombe su Kabul (8:21)

3. WWW (What a Wonderful World: primo quadro) (2:02)

4. Primo interludio (0:50)

5. Nuova militanza (3:33)

6. Secondo interludio (2:01)

7. WWW (What a Wonderful World: secondo quadro) (3:08)

8. Ancora bombe su Kabul (5:00)

9. Finale (6:02)



Per leggere i testi, recarsi sul sito dei Lev.





Iniziai a lavorare su "La rapsodia del commercio bianco" quando nacque la polemica relativa a Danger Mouse e al suo consigliatissimo "Grey Album", ricavato dal cantato di "The Black Album" di Jay-Z sovrapposto a basi musicali composte da campioni tratti solo ed esclusivamente dall'album omonimo dei Beatles, del 1968 (il famoso "album bianco"). Penso che tutto ciò di cui si parlava in merito, che attirò subito la mia attenzione, abbia condizionato la realizzazione della "Rapsodia", come anche la scoperta di altri artisti, come John Oswald, gli Evolution Control Committee, i Negativland, i KLF ed altri che "saccheggiando" da altri artisti hanno saputo creare dei veri e propri capolavori. Per non parlare poi di quell'altro tipo di avanguardia che meglio conosciamo come "old-school hip-hop": mi piace pensare ai De La Soul, ai Public Enemy e a Grandmaster Flash non come a persone poco creative, o addirittura dei fuorilegge, ma ad autori di una "satira sulla composizione", consci dei propri limiti e in qualche modo continuatori di un discorso che risale a John Cage. Solo che se secondo John Cage la risposta alla fine delle combinazioni armoniche è il silenzio ("4'33""), secondo altri può essere una rielaborazione, ma non revisione, del passato, a volte una celebrazione, altre una critica. Come infatti è da che esiste la tradizione popolare, che altro non è che un continuo "campionarsi", una continua rielaborazione: i Beatles rielaborano Chuck Berry che rielabora Robert Johnson che rielabora qualcuno sentito per strada, e non mi sembra che ciò che conosciamo come diritto d'autore abbia controllato questo "flusso di dati"...

Un po' come Glenn Gould che ragionava sulle tecniche di registrazione e sul modo di fruire la musica (paragone indegno), io ho iniziato a ragionare su come i diritti d'autore (assumibili in ogni forma: come SIAE, come majors discografiche, come un paio di scarpe...) possano condizionare, a volte negativamente, il modo di comporre, quindi la libertà di espressione. Io stesso, che ho un pessimo rapporto con le parole, quando non riesco a completare un discorso, mi sento obbligato a "rubare" agli altri le parole che mi servono per esplicare coerentemente il mio pensiero. Adotto infatti la musica non come mezzo per esprimere i miei sentimenti: non ci riuscirei mai, d'altronde è un argomento superato, una "banalità" calpestata a sangue da ricchi interpreti e impresari incolti. La mia musica è un prodotto non del cuore, ma della testa. Non vuol dire che adotto una strategia, o un canone: ho qualcosa da dire e non conosco altro modo per dirlo; e questa cosa che ho da dire è esattamente quello che ascolti, poiché non ho trovato alfabeto migliore per esprimermi.

Le interviste sul diritto d'autore non vanno lette solo come un'inchiesta sull'argomento (anche perché da solo non sarei riuscito a dire molto): queste interviste segnano la mia scoperta del contrappunto vocale. Non che il contrappunto vocale sia una novità, eh? Risale ai documentari radiofonici fatti da Glenn Gould negli anni Cinquanta, che Marta [Gabrieli, N.d.A.] mi ha fatto ascoltare. Ho usato determinati spezzoni vocali in determinate battute perché per me suonavano bene, e non per mettere in evidenza un discorso in particolare; Frank Zappa diceva che la regola per eccellenza è la seguente: "Se suona bene per te, è perfetta; se suona male per te, è una merda".

Volevo inoltre cimentarmi con un'opera non solo concettuale (francamente spero che tutte le mie opere siano fruite come tali, poiché ormai riesco rarissimamente a ragionare per "canzoni"), ma anche corale. Volevo far sì che il "coro di argomenti" portasse in qualche modo gli ascoltatori a riflettere e che in qualche modo le persone, la "gente comune" partecipasse all'impresa. Volevo, tra l'altro, che questa coralità, o comunque la struttura dell'opera, rendesse più evidente il filo logico che sono convinto leghi le canzoni incluse nella prima demo dei Lev [recensita qui sotto, N.d.A.]. Canzoni come "Bombe su Kabul" e "WWW" sono meno distaccate tra loro di quanto si possa pensare, secondo me, anche se non sembra.

Questa è solo una mia interpretazione di tutto. Sì, l'opera proviene da me e dai Lev, ma da me viene appunto solo una parte di tutto, quindi potrei anche sbagliarmi, nonostante il raziocinio con cui cerco di trattare l'argomento. Non vale solo per quest'opera, ma anche per ciò che ho fatto e ciò che farò: con quello che faccio voglio dire determinate cose, ma qualcuno potrebbe carpirne delle altre... Del resto, non può che farmi piacere che il disco goda di più interpretazioni, e non che percorra una sola direzione, il che sarebbe tristissimo e poco gratificante per me, oltre che offensivo nei confronti dell'intelligenza e della creatività dell'ascoltatore.

Vorrei aggiungere una possibile risposta alla domanda: "Perché si intitola 'La rapsodia del commercio bianco'?"

Ho scelto proprio questo titolo, all'inizio apparentemente insensato, perché mi sembrava rappresentare tutto con immediatezza, a prescindere da come le parole sono disposte, il suono che producono, o altro. A posteriori, comunque, penso che possa essere un breve resoconto sull'industria dell'arte: la parte per l'udito a sinistra, quella per gli occhi a destra, e al centro...



(Davide Carrozza, 10 settembre 2006)





Sulla stessa lunghezza d'onda [di "KJW2137"] "La rapsodia del commercio bianco", non a caso promossa dallo stesso Davide Carrozza assieme ai partenopei Lev. Questa volta i contributi concreti - parentesi parlate rubate all'FM e vere e proprie interviste che scorrono sullo sfondo - sono sostenuti in maniera convincente dall'apporto musicale di una band che accetta di essere vivisezionata, recisa, attraversata dall'elettromagnetismo e dai transponder, ma non rinuncia ad imprimere una svolta musicale netta al lavoro. Svolta che vive di testi fortemente critici, di un approccio musicale poco ortodosso - C.S.I. (?) -, di rimbalzi noise e accenni post-punk, di esilii forzati al ruolo di comprimari dietro al fiume di parole che regge la trama del disco. Buono il risultato finale e appassionante la convivenza forzata tra le due differenti realtà espressive. (6.8/10)



(Fabrizio Zampighi, Sentireascoltare.com, "We Are Demo", marzo 2007)





Encore des italiens, qui cette fois-ci, chantent en italien. Ce qui m'a d'ailleurs posé problème pour recueillir de l'information sur le groupe (et pourtant je suis censé pouvoir parler italien mais bon). Il s'agirait en fait d'une collaboration entre deux groupes. Lev est un groupe de rock assez engagé, et Davide Carrozza est dit avant-gardiste. En tout cas le produit de la collaboration est assez intéressante. Un mélange de rock entremêlé au moderne (bruits, enregistrements radio, etc), qui au final, est assez agréable. Pareil qu'hier, ce n'est pas pour tout le monde, mais ça vaut une écoute.



(Romain B., Musique: Passion, pas Industrie, 21 febbraio 2008)





http://www.davidecarrozza.it



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